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MEGATREND La previsione a medio-lungo termine per la pianificazione strategica

di Giuseppe Schlitzer, Indipendent advisor megatrend

Il mondo di oggi è affetto da un considerevole grado di miopia. I manager e i CDA delle società quotate sono assillati dai risultati a breve termine, anche a cadenza trimestrale, e formulano piani industriali che normalmente non vanno oltre i 3-5 anni. Parimenti, in macroeconomia il dibattito è concentrato sulla crescita del PIL, dell’export e/o dei debiti pubblici nell’anno in corso e nel prossimo, e raramente si estende lo sguardo oltre il biennio. Anche i cicli politici sono esasperatamente brevi, e portano i governi a pianificare giusto il tempo di una legislatura.

Questa “visione corta” mal si adatta alle grandi trasformazioni che sono in corso e che stanno cambiando profondamente il nostro modo di vivere per effetto della globalizzazione, della demografia e dell’innovazione tecnologica. Da qualche tempo alcuni organismi Internazionali, come l’OCSE e la Banca Mondiale, centri studi privati, come la Brookings Institution di Washington, e giganti della consulenza, come McKinsey e PwC, hanno cominciato a guardare al medio-lungo termine al fine di tracciare le tendenze dominanti per i prossimi decenni.

Queste tendenze globali, che vanno sotto il nome di “megatrend”, in gran parte sfuggono al nostro controllo e, anche se non hanno nulla di intrinsecamente negativo, caratterizzeranno il mondo in cui vivremo nel prossimo futuro. 

È noto che la popolazione mondiale passerà, entro il 2050, dagli attuali 7 miliardi a 9 miliardi di individui, sia per effetto dell’allungamento della speranza di vita sia come conseguenza dell’elevata natalità in Asia e Africa. Solo questo fenomeno ha tutta una serie di implicazioni sul piano economico, sociale, politico e ambientale. In primo luogo cambieranno gli equilibri di potere tra le aree economiche del mondo, perché l’Asia è destinata a diventare di gran lunga la regione più popolata e produttiva del pianeta, con due realtà economiche, la Cina e l’India, che potranno condizionare i rapporti di forza tra le nazioni.  La principale preoccupazione discende dalla pressione che 9 miliardi di individui eserciteranno sulle risorse naturali: saremo in grado di far fronte alla domanda di cibo, acqua potabile, energia? Basti considerare che ancora oggi una notevole parte della popolazione mondiale vive senza energia elettrica ed è inevitabile che nel futuro, anche come conseguenza della riduzione della povertà e della crescita del reddito pro capite, la domanda di energia elettrica crescerà significativamente.

Da dove la ricaveremo, senza peggiorare ulteriormente il fenomeno del riscaldamento globale? Avremo terra coltivabile, cibo e acqua sufficienti a nutrire il pianeta?  La crescita del reddito pro capite porterà con sé un ampliamento della classe media su vasta scala. Secondo l’OCSE questa crescerà, a livello globale, dagli 1,8 miliardi di individui stimati nel 2009 a 3,2 miliardi nel 2020 e a 4,9 miliardi nel 2030. Dunque tra circa quindici anni oltre la metà della popolazione mondiale sarà costituita da individui della classe media, di cui il 60% sarà di origine asiatica.  La crescita della classe media è di solito considerata un fattore positivo. Essa è conseguenza della crescita economica, ma la stimola a sua volta. Inoltre le classi medie sono considerate un elemento di stabilizzazione, poiché tendono a favorire i processi democratici e di riforma. Ma saranno sostenibili gli effetti sulle risorse naturali e sull’ambiente, anche come conseguenza dell’aumento nei consumi di beni durevoli come frigoriferi, telefoni cellulari, televisori, automobili? Inoltre, alla crescita del reddito medio farà da contrappeso un aumento delle diseguaglianze, perché la ricchezza tenderà ad essere sempre più concentrata. Ciò erode la coesione sociale, accresce il rischio di tensioni e conflitti interni, e favorisce i flussi migratori.

Si accentuerà il fenomeno dell’urbanizzazione, perché la popolazione mondiale si concentrerà soprattutto nei grandi centri urbani, destinati a diventare gigantesche metropoli, con oltre 10 milioni di abitanti.  Oggi si contano circa 30 megacity, con Tokio che con i suoi 35 milioni di individui è la più grande di tutte. Secondo alcuni studi nel 2030 le megacity saliranno a oltre 40 già nel 2030, con Jakarta che potrebbe superare Tokio, e la quota della popolazione mondiale che vivrà nei centri urbani crescerà dall’attuale 54% al 60% e oltre. L’espansione delle aree metropolitane si accompagnerà ad una serie di problematiche in termini di flussi migratori, logistica e trasporti, rischi di marginalizzazione di larghe fasce della popolazione. Peraltro già oggi le città sono considerate responsabili del 70% delle emissioni che concorrono all’effetto serra.  Infine va considerata l’innovazione tecnologica e digitale, i cui effetti trasversali stanno radicalmente modificando il normale operare delle economie e delle società. L’auto senza guidatore sarà una realtà tra solo pochi anni, tanto che già si comincia a parlare di quali dovranno essere le regole per governare un simile passaggio.

Ma insieme ai vantaggi e alle opportunità, come sempre nella storia delle rivoluzioni tecnologiche, ci possono essere anche effetti dirompenti. Alcuni tipi di impiego spariranno, o potrebbe crescere il cosiddetto divide tra chi è più idoneo e chi meno all’utilizzo delle innovazioni (ad esempio tra giovani e meno giovani).  Gli studiosi sono concordi nel ritenere che, in un futuro nemmeno troppo lontano, dovremo abituarci a convivere in un mondo di crescente complessità e incertezza, soggetto a rapidi cambiamenti.  Occorre dunque arrivare preparati, andare oltre la semplice analisi della congiuntura e sviluppare una capacità di anticipare i mutamenti futuri formulando scenari alternativi a medio-lungo termine.  Si tratta di un’esigenza che riguarda i leader economici come quelli politici e che dovrebbe essere alla base di una sana pianificazione strategica.