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Parlando di Globalizzazione

di Carlo Santini, Direttore scientifico IPE Business School

globalizzazione

Nell’estate del 1944, mentre la guerra volgeva ormai a favore degli Stati Uniti e dei suoi alleati, si svolse a Bretton Woods nel New Hampshire una conferenza, alla quale presero parte oltre 40 paesi, che aveva l’obiettivo di gettare le basi del sistema monetario internazionale del dopoguerra.

Della delegazione inglese faceva parte Keynes, che fu tra i protagonisti della Conferenza. Fu definito un sistema basato su tassi di cambio fissi, aggiustabili solo con una procedura cooperativa incentrata sul Fondo monetario internazionale. La Conferenza previde la liberalizzazione dei commerci fra Paesi. Si volle chiudere definitivamente l’assetto che aveva prevalso negli anni fra le due guerre, fatto di svalutazioni competitive dei cambi, di ostacoli al commercio mondiale tramite l’imposizione di dazi e di contingentamenti. Era stato l’assetto all’ombra del quale si era sviluppata la Grande depressione degli anni trenta del novecento.

Nel nuovo sistema sarebbe stato più agevole, prima, il processo di ricostruzione dei paesi distrutti dalla guerra, poi, l’avvio di una fase di crescita equilibrata dell’occupazione e del reddito. I protagonisti della Conferenza conoscevano bene i limiti posti dall’incompatibilità di tre caratteristiche (la c.d. trinità impossibile). Non si possono avere contemporaneamente cambi fissi, autonomia della politica monetaria nazionale e libertà dei movimenti di capitali. Lo spostamento dei capitali da un Paese all’altro per effetto di mutamenti della politica monetaria decisi da un solo paese avrebbe posto sotto pressione il tasso di cambio, a meno di accettare il vincolo di una politica monetaria concordata internazionalmente.

Fu per questa ragione che il Sistema di Bretton Woods, che voleva consentire ad ogni Paese di scegliere la politica monetaria ritenuta più confacente alle proprie esigenze di sviluppo, previde la possibilità che i paesi membri del Sistema prendessero misure di restrizione dei movimenti internazionali di capitali. Conclusa la ricostruzione post-bellica, consolidatasi la crescita del commercio mondiale, si ritenne di procedere alla graduale apertura delle frontiere ai movimenti di capitali. Emerse la “trinità impossibile”, con ricorrenti crisi delle bilance dei pagamenti e dei cambi, soprattutto perché il maggior Paese, gli Stati Uniti, non fu disposto a vincolare la sua politica monetaria alle esigenze del sistema dei cambi fissi, che infatti all’inizio degli anni settanta del novecento crollò.

Prese il sopravvento un sistema di cambi fluttuanti, tuttora in vigore (diversa e autonoma è la storia europea: come sappiamo molti paesi, dopo diverse esperienze di cambi fissi intraeuropei, hanno eliminato, nei loro rapporti interni, il vincolo della “trinità” dotandosi di una moneta unica, l’euro). Alla caduta del Sistema di Bretton Woods fecero seguito anni di incertezza, di turbolenze, mancando un’àncora che esercitasse una qualche forma di disciplina internazionale. Furono anni di elevata inflazione e di diffusa stagnazione, fino alla svolta liberista degli anni ottanta del novecento.

La diffusione di un’ideologia che lega la più ampia libertà degli scambi e il meno invasivo sistema di regole all’efficienza economica e al maggior benessere, nell’ipotesi di capacità autoregolatorie dei mercati; la crescita vertiginosa di un sistema bancario e finanziario internazionale favorita dal rapido processo di liberalizzazione e di deregolamentazione; l’affermarsi sulla scena economica mondiale di un numero crescente di Paesi, un tempo emarginati coma “sottosviluppati”, hanno dato al mondo odierno connotati prima sconosciuti.

Viviamo ormai in un’era alla quale abbiamo dato il nome di “globalizzazione”. Il nuovo assetto ha fatto uscire dalla povertà centinaia di milioni di uomini; ha portato un buon benessere in aree in passato arretrate; ha messo a disposizione di centinaia di milioni di consumatori prodotti e servizi un tempo accessibili solo a minoranze. Ha soffocato l’inflazione. Ha aumentato la mobilità delle persone. La tecnologia informatica ha trasformato il mondo in un “villaggio globale” dove la diffusione delle notizie è planetaria e immediata, così come la connessione tra miliardi di uomini. Ma ci siamo accorti, in alcuni casi gradualmente, in altri sotto la spinta di crisi dirompenti quale quella iniziata nel 2008, che la globalizzazione ha costi, spesso elevati e diffusi. Molta occupazione creata nei Paesi emergenti dal basso costo del lavoro trova compensazione nella maggior disoccupazione nei Paesi più avanzati. La tecnologia ha costruito macchine sofisticate altamente produttive (pensiamo alla robotica, all’intelligenza artificiale), con due conseguenze principali: sono stati distrutti molti posti di lavoro poco qualificati; si è affermata, e si è appropriata di quote crescenti di reddito, una minoranza altamente specializzata, che quelle macchine sa costruire e far funzionare.

La crescente mobilità umana ha dato una risposta alla domanda di lavoro poco remunerata, meno qualificata e gratificante; ma ha spesso creato tensioni sociali e problemi di sicurezza, reale o percepita. È cresciuta la disuguaglianza all’interno dei Paesi più avanzati, invertendo il trend che aveva prevalso nei decenni precedenti. È cresciuta in questi stessi paesi la paura di essere sopraffatti, di perdere l’identità, la cultura, le tradizioni, di non trovare un lavoro stabile, decoroso e adeguatamente remunerato. Sono così nati e si rafforzano, anche nel maggiore dei Paesi sviluppati, gli Stati Uniti, movimenti politici che chiamiamo “populisti” e “sovranisti”, il cui fascino “si deve al fatto che danno voce alla rabbia degli esclusi” (così scrive Dani Rodrik nel suo libro “Dirla tutta sul mercato globale”, Einaudi,2019).

Questo economista ha approfondito come pochi il tema della globalizzazione e i problemi che essa pone. Forse memore della antica “trinità impossibile” ha individuato e analizzato un “trilemma”, che è alla base dei problemi del processo di globalizzazione. Per Rodrik, mercati globalizzati, Stati-nazione e democrazia non possono coesistere. Di questo triangolo si possono avere contemporaneamente solo due lati. Se si vogliono globalizzazione e democrazia, occorre sacrificare lo Statonazione. La democrazia potrà agire a livello sovranazionale. Se si vogliono Statonazione e democrazia, andrà sacrificata la piena globalizzazione. Infine, se vogliamo Stato-nazione e globalizzazione, sarà sacrificata la democrazia: ogni nazione sarà costretta a darsi un assetto normativo focalizzato sulla globalizzazione; i mercati predominano sulle scelte democratiche interne. Questo trilemma morde anche in un contesto geografico più ristretto, quello dell’Unione europea, che rischia l’implosione se non elabora forme di cooperazione politica che permettano ai cittadini di non sentirsi espropriati della loro sovranità nazionale ma partecipi a pieno titolo di una più elevata sovranità e democrazia europee.

Le proposte non mancano. La discussione è aperta. Ma il tempo a disposizione non è illimitato.

L’insegnamento di Rodrik, per il mondo, per l’Unione europea, non consiste nel rigetto della globalizzazione e nel ritorno di un continente, del pianeta, ad uno stato di frammentazione e di lotta. Rodrik chiede piuttosto, e non è certo isolato in questa analisi, un appropriato governo del fenomeno che deve individuare forme di tutela e di reintegrazione di chi si sente, ed è, emarginato ed escluso; che lasci gli Stati-nazione liberi di regolare la vita dei propri cittadini in tutti i settori che non configgono con i principi della globalizzazione; che elabori forme di partecipazione democratica alle decisioni che vincolano la comunità internazionale. Complesso è il fenomeno. Complessa la ricerca della sua gestione. Grande la responsabilità che grava sulle attuali classi dirigenti, politiche e della società civile. Le giovani generazioni possono e devono avere un ruolo attivo, con la loro cultura, il loro impegno, le loro scelte.